La violenza contro le donne non si esaurisce nei casi eclatanti che vediamo in apertura dei notiziari e leggiamo sulle prime pagine dei giornali. Costituisce un fenomeno quotidiano e trasversale, che interessa tutte le società e tutti i ceti sociali. Inoltre, rappresenta, in termini qualitativi e quantitativi, una delle più gravi e diffuse forme di violazione dei diritti umani a livello globale e continua a essere troppo spesso minimizzata, negata o ridotta a “problema privato”.

Il diritto internazionale è chiaro nell’affermare che la violenza contro le donne configura una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione di genere. La Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne e, in ambito europeo, la Convenzione di Istanbul affermano un principio essenziale. Gli Stati non possono limitarsi a una condanna meramente dichiarativa della violenza, ma sono titolari di un obbligo giuridico positivo di prevenirla, di proteggere le vittime e di perseguire i responsabili, esercitando in tal modo la dovuta diligenza.

Questo dovrebbe significare leggi efficaci e certezza delle pene, ma non solo. Dovrebbe significare centri antiviolenza accessibili, rifugi sicuri, formazione adeguata alle forze di polizia e magistratura, raccolta di dati, campagne educative nelle scuole. Dovrebbe significare, soprattutto, che quando una donna trova il coraggio di chiedere aiuto, le istituzioni abbiano il dovere di rispondere in modo serio, tempestivo e credibile. Ogni mancata protezione non è solo un fallimento morale ma è una possibile violazione degli obblighi internazionali dello Stato.

Eppure, il divario tra norme e realtà resta enorme. In molti Paesi le leggi esistono, ma sono applicate in modo discontinuo, con risorse insufficienti da parte di attori impegnati nella lotta alla violenza che spesso non possiedono una preparazione adeguata (per le ragioni più diverse) e in presenza di una resistenza culturale radicata a tutti i livelli. La violenza domestica continua a essere banalizzata, lo stupro ancora messo in dubbio, la parola delle donne passata al setaccio del sospetto. Dove c’è impunità, la violenza si rafforza. Dove le istituzioni non credono alle vittime, il messaggio è chiaro: la loro vita non è tutelata in modo sufficiente.

Per queste ragioni, il 25 novembre non può essere considerato una mera ricorrenza simbolica, in cui tante iniziative sono attuate ma subito dimenticate. Esso rappresenta, piuttosto, un banco di prova della credibilità degli Stati e delle nostre società nel contrasto alla violenza di genere. Il diritto internazionale non costituisce un esercizio teorico, ma uno strumento giuridico concreto che consente di chiamare i governi alle proprie responsabilità, di valutare l’effettività degli impegni assunti e di affermare in modo inequivoco che la violenza contro le donne non è tollerabile né suscettibile di compromesso.

Ma il cambiamento non arriva solo dalle aule dei parlamenti o dei tribunali. Arriva anche dalle piazze, dalle scuole, dai luoghi di lavoro, dalle scelte quotidiane di ciascuna e ciascuno di noi. È nelle battaglie delle organizzazioni non governative, dei centri antiviolenza, dei movimenti che chiedono conto di ogni femminicidio e di ogni abuso.

Non esiste neutralità di fronte alla violenza, che non ha genere, e colpisce anche le persone LGBTQ+ e gli uomini. O la si contrasta, o la si lascia prosperare. O si investe in prevenzione, educazione, protezione, oppure si accetta che le donne continuino a pagare con il proprio corpo e con la propria vita il prezzo dell’inerzia collettiva.

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne non deve essere un rito, ma un impegno. È l’occasione per chiedere a ogni Stato: che cosa hai fatto, concretamente, quest’anno, per ridurre il numero di donne picchiate, minacciate, uccise? Quante risorse hai stanziato? Quante sentenze (civili e penali) hanno garantito giustizia? Quante campagne hanno cambiato mentalità?

Perché alla fine la domanda decisiva è una sola: quante vite in più sono oggi protette rispetto a ieri? Finché la risposta sarà “poche” o “non lo sappiamo”, il 25 novembre resterà solo un giorno di memoria privo di effettive conseguenze pratiche. 

Francesca Braga

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