Utilizzo del linguaggio ampio nei servizi socio sanitari: Linee d’indirizzo per la comunicazione del personale sanitario con i/le pazienti LGBTIQ+

Le Linee d’indirizzo sono state approvate a giugno 2023 in seduta plenaria dall’Osservatorio dedicato alla Medicina di genere a cura del Gruppo di lavoro “Diseguaglianze di salute legate al genere” dell’Istituto Superiore di Sanità (da qui in poi ISS). Nell’interesse della leggibilità del testo in questa parte dell’articolo verrà usato l’acronimo LGBTIQ+, anche se nella letteratura internazionale sui diritti umani e in altri documenti ai quali ho attinto le lettere I e Q seguite dal segno + appaiono in maniera discontinua (come anche nello stesso documento dell’ISS). Le stesse organizzazioni LGBTIQ+ italiane non utilizzano lo stesso acronimo.

Le persone LGBTIQ+ presentano le stesse esigenze di salute della popolazione generale, sebbene, almeno in alcuni casi [i.e., le persone transgender e gender diverse (TGD) e le persone intersex] possano avere specifici bisogni di salute. Nonostante l’impegno crescente delle istituzioni internazionali (Oms, Onu ecc.) in termini di politiche sociosanitarie inclusive rivolte a questa fascia di popolazione, le persone LGBTIQ+ tuttora subiscono forti discriminazioni in ogni aspetto della vita quotidiana, inclusi l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari e la fruizione di risorse determinanti in termini di salute come la scuola, l’alloggio e il lavoro.

A causa dell’omo/lesbo/bi/trans negatività reale o percepita, questa fascia di popolazione può ritardare l’accesso ai servizi sanitari (o allontanarsene dopo un primo accesso) con conseguenze allarmanti in termini di salute (ad esempio, ritardo nella diagnosi di patologie croniche e auto-somministrazione di farmaci). Gli atteggiamenti discriminatori nei riguardi della popolazione LGBTIQ+ nella pratica medica sono una realtà anche in Italia, per cui è necessario che il personale sanitario venga messo a conoscenza di alcune questioni che riguardano la presa in carico delle persone LGBTIQ+, al fine di fornire servizi sufficientemente inclusivi, erogati sulla base dell’equità e della non discriminazione. Un ampio corpus di ricerche empiriche dimostra chiaramente che appartenere alla popolazione LGBTIQ+ non è di per sé indicativo di psicopatologia. Al tempo stesso, tuttavia, l’esposizione a esperienze di stigmatizzazione, molestie e diseguaglianze sociali comporta sovente un maggior rischio di disagio psicologico correlato a queste esperienze. Si fa qui riferimento al modello del minority stress (è lo stress psicologico sperimentato dalle persone che fanno parte di un gruppo sociale di minoranza a causa del loro status sociale stigmatizzato), che ha avuto un’ampia risonanza nell’ambito degli studi psico-sociali.

Tale modello è risultato particolarmente valido nel predire gli esiti avversi sulla salute psicofisica delle minoranze stigmatizzate, affermandosi come una delle più interessanti prospettive teoriche utilizzate dalla ricerca nell’ambito della salute delle persone appartenenti alle minoranze sessuali e di genere. La teoria del minority stress suggerisce che le persone appartenenti alle suddette minoranze siano esposte a maggiori rischi per la salute rispetto alla popolazione generale, a causa dello stress sociale legato al pregiudizio e allo stigma. Ovviamente il minority stress non compromette il benessere psicologico di tutte le persone LGBTIQ+, ma è bene ricordare che fare esperienza di esclusione, isolamento e la mancanza di pari opportunità possono comportare disagio psicologico (rischio suicidario, autolesionismo, depressione, disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, disturbi da addiction).

Sebbene gli atteggiamenti sociali nei confronti delle persone LGBTIQ+ siano cambiati notevolmente negli ultimi anni, queste persone sono ancora troppo spesso vittime di discriminazioni, esclusione, molestie e mancato accesso a pari opportunità. In particolare chi si trova al crocevia dell’appartenenza a più minoranze è maggiormente esposto a tale rischio; pensiamo a titolo esemplificativo, ma non esaustivo, allo stress a cui può essere esposta una persona transgender, di colore, appartenente a un ceto sociale basso e proveniente da un’area geografica rurale. Il personale sanitario può offrire a queste persone l’opportunità di discutere delle esperienze che hanno avuto un impatto sul loro benessere psicologico, e nel caso valutare i fattori di rischio associati.

Nonostante le raccomandazioni pubblicate delle principali istituzioni internazionali a favore di politiche inclusive dedicate alle persone LGBTIQ+, questa fascia della popolazione incontra tuttora numerose barriere nell’accesso e nell’utilizzo dei servizi sanitari, con effetti negativi sulla salute mentale e/o fisica. Tali barriere includono: barriere individuali, barriere interpersonali, barriere organizzative, barriere istituzionali. Ognuna di queste barriere nei riguardi della popolazione LGBTIQ+ può comportare un allontanamento di queste persone dai servizi sanitari, nonché un impatto negativo sulle pratiche di prevenzione, promozione del benessere e cura individuale e collettiva. Lo svolgimento di una pratica sanitaria sufficientemente inclusiva, implica che il personale sanitario sia in grado di comprendere che le espressioni più sottili, indirette ed eventualmente involontarie di pregiudizio possono avere un effetto negativo sulla relazione personale sanitario-paziente.

La pratica sanitaria inclusiva si applica a tutta la popolazione – non solo a quella LGBTIQ+ – e implica:
• Il riconoscimento e il rispetto delle differenze legate all’appartenenza a minoranze etniche, religiose, all’identità di genere o all’orientamento sessuale o alla presenza o meno di disabilità.
• Il riconoscimento delle specifiche questioni che devono affrontare i diversi gruppi di utenza sopraindicati al fine di promuovere il loro benessere e la necessità di fornire diverse risposte sulla base dei loro specifici bisogni di salute.
• L’accesso a servizi che erogano prestazioni sanitarie che rispondono agli specifici bisogni dell’utenza.

Mettere in atto una pratica sanitaria inclusiva e consapevole dei bisogni specifici della popolazione LGBTIQ+ può aiutare queste persone a sentirsi accolte rispetto ai propri specifici bisogni di salute e rassicurate sulla possibilità che vengano loro erogate prestazioni sanitarie simili a quelle che ricevono tutti i pazienti, indipendentemente dalla loro identità di genere e/o orientamento sessuale. La formazione sulle pratiche sanitarie inclusive per la popolazione LGBTIQ+ deve coinvolgere tutto il personale a contatto con l’utenza: amministrativo, infermieristico e medico. La formazione dovrebbe essere periodica per affrontare gli eventuali cambiamenti di personale. Gli argomenti che il programma di formazione del personale dovrebbe includere sono: utilizzo di un linguaggio ampio sia nella relazione con i/le pazienti LGBTIQ+ sia nella relazione con i familiari e con altre persone per loro significative, imparare a riconoscere e identificare le stigmatizzazioni interiorizzate dalle persone LGBTIQ+ ed essere in grado di promuovere la loro messa in discussione, imparare a riconoscere, identificare e mettere in discussione i propri pregiudizi e le proprie credenze discriminatorie nei riguardi delle persone LGBTIQ+, la descrizione degli ostacoli che le persone LGBTIQ+ possono incontrare nell’accesso e nell’utilizzo dei servizi sanitari.

Le persone LGBTIQ+ presentano gli stessi diritti di riservatezza della popolazione generale per cui si rimanda agli appositi regolamenti sanitari e ai codici deontologici delle professioni sanitarie. Ciononostante, alcune persone LGBTIQ+ talvolta non vivono serenamente il proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, e possono temere di subire eventuali atti di ostilità da parte del personale sanitario, oppure non hanno ancora raggiunto un grado di benessere interiore tale da portarle a parlare liberamente del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. A fronte di questa premessa, è quindi particolarmente utile che il personale sanitario sia consapevole della necessità di rassicurare le persone LGBTIQ+ che le informazioni raccolte rimarranno strettamente confidenziali.

Conclusioni

Nell’attualità il dibattito sul linguaggio ampio in Italia è più che mai acceso. Tre sono le principali tensioni in gioco:
• l’esigenza etica di evitare discriminazioni
• il timore di un politically correct visto come ideologico e buonista
• i profondi cambiamenti nella comunicazione, dove i confini tra pubblico e privato, formale e informale si fanno sempre più labili.

A complicare tutto è la naturale lentezza della lingua nel cambiare mentre la tecnologia e la società si trasformano in pochi anni; la lingua, invece, ha bisogno di generazioni. Parlare di linguaggio ampio suggerisce che quello spazio sia progettato da subito per essere abitabile da una varietà di persone senza che nessuno si senta un ospite. Per capire questa proposta bisogna partire dall’idea chiave che la lingua non è mai neutra: ogni parola che usiamo dice qualcosa su chi siamo, su chi vogliamo coinvolgere, su come vediamo il mondo. Le parole non si limitano a trasmettere informazioni: creano realtà, definiscono ciò che è normale, accettabile, desiderabile.

Nel contesto italiano il dibattito sull’inclusione linguistica è stato trasformato in un campo di battaglia ideologico: chi la promuove viene accusato di moralismo mentre chi la critica è visto come retrogrado. La società ha acquisito più consapevolezza e ora si interroga su come rendere queste pratiche più efficaci e condivise. A sostegno di questa visione ci sono anche studi neuroscientifici: quando incontriamo qualcosa di “diverso”, il nostro cervello reagisce in automatico attraverso l’amigdala con segnali di allarme, ben prima che la parte razionale possa intervenire. Questo meccanismo, utile in passato per distinguere amici da predatori, spiega perché siamo spontaneamente attratti da chi ci somiglia. Parlare e scrivere in modo ampio significa quindi fare mentalmente un doppio passaggio e creare messaggi che interrompano questi automatismi, costringendo il cervello a “pensare davvero” e faticare. Scegliere un linguaggio ampio non è solo una questione di stile: è un investimento sul futuro delle relazioni, anche professionali, che vede nella varietà umana non un ostacolo ma la condizione per costruire qualcosa di più solido e condiviso.

Carlo Scovino

Bibliografia
AA.VV., Questioni di un certo genere. Le identità sessuali, i diritti, le parole da usare: una guida per saperne di più e parlarne meglio, Milano, Iperborea, 2021
Acanfora F., In altre parole. Dizionario minimo di diversità, Firenze, Effequ, 2021
Cooley C.H., Human Nature and the Social Order, Milano, Legare Street Press, 2022
Crenshaw K., Demarginalizing the Intersection of Race and Sex, University of Chicago Legal Forum, 4, 1989
Cristalli B., Parla bene pensa bene. Piccolo dizionario delle identità, Milano, Bompiani, 2022
Di Michele V., Fiacchi A., Orrù A., Vivi e lascia scrivere. Manuale pratico di scrittura inclusiva e accessibile, Palermo, Flakowski, 2022
Faloppa F., #Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole, Torino, UTET, 2021
Gheno V., Femminili singolari, Effequ, Firenze, 2019
Gheno V., Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole, Firenze, Effequ, 2021
Gheno V., Chiamami così. Normalità, diversità e tutte le parole nel mezzo, Trento, Il Margine, 2022
Gümüsay K., Lingua e essere, Roma, Fandango, traduzione di Lavinia Azzone, 2021
Melio I., È facile parlare di disabilità (se sai davvero come farlo). La comunicazione giusta per un mondo inclusivo, Trento, Erickson, 2022
Scovino C., Love is a human right (con il patrocinio di Amnesty International), Roma, Rogas Ed., 2016
Scovino C., Marketing, comunicazione e linguaggio nel sistema sociosanitario, Molinetto di Mazzano (BS), Arcipelago Ed., 2021

la foto dell’articolo è di @8photo by freepik