Linguaggio ampio: discriminazioni e principio di uguaglianza

Il principio di uguaglianza e non discriminazione è un principio fondamentale per il sistema internazionale dei diritti umani. Tutti i principali strumenti internazionali e regionali sui diritti umani contengono disposizioni che vietano la discriminazione. Uguaglianza significa che le persone in situazioni simili dovrebbero essere trattate allo stesso modo, mentre quelle in situazioni diverse potrebbero richiedere un trattamento diverso. Le garanzie giuridiche di non discriminazione e le garanzie giuridiche di uguaglianza, sebbene espresse in modo diverso, sono articolazioni dello stesso obbligo. Sia il diritto alla non discriminazione che il diritto all’uguaglianza richiedono misure che vietano la discriminazione, oltre a misure positive per affrontare svantaggi consolidati nel tempo e prevenire la discriminazione.

La discriminazione diretta si verifica quando vengono fatte distinzioni esplicite nella legge, nella politica o nel trattamento tra gruppi, con il risultato che le persone di alcuni gruppi subiscono un trattamento meno favorevole o dannoso sulla base di una caratteristica o di un fattore non giustificato. Ad esempio, a una persona viene rifiutato l’ingresso in un Paese in base a un ordine della polizia secondo cui alle persone di una determinata origine etnica non dovrebbe essere consentito di oltrepassare il confine.

La discriminazione indiretta si verifica quando una legge, una politica o una pratica vengono presentate in termini neutrali, ma in realtà svantaggiano in modo sproporzionato uno o più gruppi specifici. Quella multipla, invece, si riferisce alla discriminazione basata su più fattori, quando ciascuna forma di discriminazione opera separatamente. Ad esempio, il personale di polizia che indaga su un furto prende di mira e arresta una donna di etnia rom senza prove sostenendo che “tutti gli zingari sono ladri” (discriminazione razziale). In seguito, un agente di polizia la molesta sessualmente (discriminazione di genere).

La discriminazione intersezionale si riferisce a una forma di discriminazione che si verifica quando si intersecano più discriminazioni strutturali, dando luogo a un’esperienza di discriminazione unica e complessa. Riconosce che le persone possono subire discriminazioni non solo in base a una sola caratteristica o identità, ma a causa dell’intersezione di molteplici aspetti della loro identità, come l’origine etnica, il genere, la religione, l’orientamento sessuale, la disabilità, lo status socioeconomico e altro ancora. L’intersezionalità riconosce che la discriminazione non può essere compresa o affrontata in modo isolato, poiché diverse forme di discriminazione possono interagire e rafforzarsi reciprocamente. Riconosce che l’intersezione di diverse categorie sociali, dinamiche di potere e strutture sociali plasma le esperienze delle persone. Questo concetto evidenzia come gli approcci tradizionali alla discriminazione spesso non riescano ad affrontare le esperienze uniche delle persone che si trovano ad affrontare molteplici forme di oppressione. 

La discriminazione sistemica, come definita dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, si riferisce “alla presenza di norme giuridiche, politiche, pratiche o atteggiamenti culturali predominanti nel settore pubblico o privato che creano svantaggi per alcuni gruppi e privilegi per altri gruppi”. Essa è il prodotto di relazioni di potere inique che risultano in violazioni dei diritti umani e barriere all’accesso ai diritti. Sebbene affrontare i danni individuali sia fondamentale per fornire rimedi e risarcimenti ai titolari dei diritti, dobbiamo anche impegnarci per portare dei cambiamenti sistemici nelle strutture e nelle leggi che facilitano la discriminazione, contrastando gli squilibri di potere.

Linguaggio ampio: a che punto siamo

Non si può più dire niente: è questo che spesso viene affermato da chi preferisce non adattare il proprio modo di parlare alla persona (o al gruppo di persone) che si trova davanti. Non è così e la comunicazione – e le parole – non sono scolpite nella pietra, e non per una questione di politically correct ma perché il cervello tende al minimo sforzo e, specialmente dopo una certa età, le persone faticano ad accettare il fatto che le cose possano cambiare. Questa affermazione, secondo me, va considerata ogni volta che si fanno delle riflessioni sul linguaggio ampio. Soprattutto in questa fase storica popolata da gruppi di persone dove le comunicazioni sono divenute più articolate e complesse, non è vero che non si può più dire nulla pena essere tacciati di essere retrogradi, non inclusivi ecc. Io credo che si possa continuare a dire tutto e che, casomai, qualsiasi riflessione sul linguaggio abbia il compito di far pensare alle persone le conseguenze delle loro scelte linguistiche: se comunichi in questo modo hai delle conseguenze, ne hai altre se comunichi in quest’altro.

La sociolinguista V. Gheno nel suo volume Femminili singolari sostiene come chiunque tra noi abbia la responsabilità di costruire e modellare la lingua e, con essa, il mondo che ci circonda, affinché si abbattano discriminazioni e disparità. Le questioni relative alla comunicazione e alla scelta di alcune parole riguardano tutt* perché tutt* siamo rilevanti nei processi di co-costruzione della lingua e, di conseguenza, del mondo. Schwa, asterischi, desinenze in “u”, troncamento delle desinenze: negli ultimi anni parte della società civile sta adottando strategie comunicative sperimentali proprio col fine di non usare un linguaggio discriminatorio.

Tra tutti io utilizzo l’asterisco e mi rifiuto di utilizzare la u sia nel linguaggio scritto che in quello parlato. Rispetto al passato oggi sappiamo molto di più sulla complessità umana, sul genere, sugli orientamenti sesso-affettivi ecc. eppure la lingua molto spesso non riesce a dare conto di tutto ciò. Non credo che l’utilizzo del maschile sovraesteso sia di per sé sessista ma ha il difetto di qualsiasi altro automatismo linguistico: creare una determinata narrazione della realtà e contribuire a tenere nascoste alcune altre parti della realtà stessa, e quindi usarlo meno può essere una buona strategia per rendere più visibili gli altri generi. Anche a me, a volte, accade di utilizzare il maschile sovraesteso ma cerco di farlo poco, soprattutto nella scrittura.

Sono consapevole del fatto che, invece di parlare di linguaggio ampio, molto spesso si faccia ancora ricorso al termine inclusione e non credo sia necessario eliminarlo, bensì penso sia importante valutarne i limiti concettuali e, dunque, utilizzarlo con consapevolezza. Il linguaggio ampio ci permette di avere più modi per esprimersi, più chiavi comunicative per dire meglio le cose ed è un linguaggio che interpella e ascolta le comunità interessate, e chiede loro come vogliono essere definite e chiamate. La comunicazione può aiutare ma senza best practice può diventare pinkwashing1.

In una società che aspira alla positiva convivenza delle differenze su un piano di rispetto, pari opportunità e dignità, le riflessioni su comunicazione e linguaggio sono essenziali per tutelare in particolare persone e gruppi che sono quotidianamente vittime di discriminazioni. L’impatto sociale di qualsiasi azione in questo campo è quello di spingere le persone a farsi domande che fino a quel momento non si erano fatte. Nessuna persona può pensare di sapere come parlare correttamente di qualsiasi diversità e per questa ragione bisogna ascoltare e chiedere alle direttamente alle persone interessate, ma anche accettare di poter sbagliare, almeno le prime volte (e a me ancora accade… e appena me ne rendo conto chiedo scusa). Il linguaggio ampio prima di tutto ci posiziona: attraverso le nostre parole rendiamo visibile il nostro sistema valoriale, ciò che pensiamo, i principi sociali e culturali in base ai quali agiamo. Credo che molte persone facciano fatica ad abbandonare l’idea del come si devono dire le cose a favore di un come si possono dire le cose. L’effetto delle parole sulla realtà è molto potente, perché può cambiare il modo in cui percepiamo la realtà.

Carlo Scovino

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In una società che aspira alla positiva convivenza delle differenze su un piano di rispetto, pari opportunità e dignità, le riflessioni su comunicazione e linguaggio sono essenziali per tutelare in particolare persone e gruppi che sono quotidianamente vittime di discriminazioni. L’impatto sociale di qualsiasi azione in questo campo è quello di spingere le persone a farsi domande che fino a quel momento non si erano fatte. Nessuna persona può pensare di sapere come parlare correttamente di qualsiasi diversità e per questa ragione bisogna ascoltare e chiedere alle direttamente alle persone interessate, ma anche accettare di poter sbagliare, almeno le prime volte (e a me ancora accade… e appena me ne rendo conto chiedo scusa). Il linguaggio ampio prima di tutto ci posiziona: attraverso le nostre parole rendiamo visibile il nostro sistema valoriale, ciò che pensiamo, i principi sociali e culturali in base ai quali agiamo. Credo che molte persone facciano fatica ad abbandonare l’idea del come si devono dire le cose a favore di un come si possono dire le cose. L’effetto delle parole sulla realtà è molto potente, perché può cambiare il modo in cui percepiamo la realtà.

1 Il pinkwashing è una strategia di marketing, spesso definita ipocrita o strumentale, in cui aziende o istituzioni si tingono di “rosa” (simbolo dell’empowerment femminile o della lotta al tumore al seno) per migliorare la propria reputazione o vendere di più, senza un reale impegno sociale. Il termine si è evoluto per descrivere anche l’uso cinico dei diritti LGBT+ (spesso chiamato rainbow washing) o, in contesti geopolitici, per promuovere l’immagine di un paese come inclusivo al fine di distogliere l’attenzione da altre violazioni.

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