Introduzione
Prima di addentrarci nella riflessione sul tema è utile fornire alcune informazioni sul linguaggio ampio che si è diffuso a livello nazionale – e che viene usato in questo articolo – permeando molti ambiti, pubblici e privati: dall’ambiente accademico a quello del terzo settore, passando per le aziende private e in maniera preponderante anche per quanto riguarda il tema dello stigma. Nonostante resti ancora materia di riflessione approfondita soprattutto per gli/le specialist*, il dibattitto sul linguaggio inclusivo non è più appannaggio di una nicchia e sta diventando sempre più dirimente in molti settori. Non tanto, forse, per un’aumentata sensibilità, quanto per il fatto che ogni persona, oggi, è un/a “comunicatore/trice” o si trova, comunque, a dover fare i conti direttamente o indirettamente con il valore e il peso di un’adeguata strategia comunicativa.
Si moltiplicano le linee guida all’interno degli atenei universitari e, parallelamente, vengono creati algoritmi per aiutare le aziende a valutare in modo automatico il loro grado di “inclusività”, affiancandoli a percorsi per individuare e sostituire parole e definizioni considerate inadeguate per raggiungere il massimo della platea potenzialmente interessata. Buone prassi esistono anche nel mondo della Pubblica Amministrazione (da qui in poi PA) e rappresentano un primo passo in direzione di una comunicazione istituzionale più ampia e attenta alle minoranze. Nel terzo settore riflessioni e percorsi sul tema sono più diffusi, molto spesso circoscritti a un piano informale o destinati a solo uso interno e per questo difficili da mappare.
Giungere a un linguaggio ampio condiviso significa, innanzitutto, garantire che tutte le persone e la comunità si sentano rispettat* e accettat*; vuol dire far sì che si sentano considerate come persone prima di tutto e non sulla base del modo in cui la società definisce le caratteristiche personali di ogni individuo. Ricorrere in modo ragionato a un linguaggio ampio non solo ci permette di far trasparire in modo più chiaro i nostri valori ma ci aiuta anche come singole persone a pensare in modo più inclusivo e, di conseguenza, a programmare iniziative e attività in modo più inclusivo. Il linguaggio deve avere l’obiettivo di rappresentare ogni identità, comprese quelle di coloro che non si identificano nel binarismo di genere; guardando al solo linguaggio non sessista, il dibattito ha origini molto più lontane nel tempo (in Italia, nel 1986, su richiesta della presidenza del Consiglio dei Ministri sono state pubblicate le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana; l’anno successivo l’Unesco ha pubblicato la Guida al linguaggio non-sessista).
Per tutte le ragioni summenzionate, in questo articolo ho cercato di fare attenzione all’uso del maschile sovraesteso e, laddove necessario, ho sostituito la lettera finale con un asterisco. Questo chiarimento preliminare risulta particolarmente rilevante poiché il linguaggio non è mai un elemento neutro: contribuisce a costruire rappresentazioni, relazioni e possibilità. Per la scrittura di questo articolo ho attinto alle linee guida sul linguaggio ampio prodotte da Amnesty International (da qui in poi A.I.), ad alcuni miei articoli e ad alcuni scritti sul linguaggio prodotti – in qualità di responsabile scientifico – per 2 eventi formativi per un’Azienda Socio Sanitaria Territoriale metropolitana, ad alcuni contributi di autori/autrici che da molto tempo si interrogano sull’uso del linguaggio ampio. La Sezione Italiana di A.I. non è l’unica né la prima a essersi interrogata sulla necessità di riflettere sul linguaggio utilizzato: l’hanno già fatto la sezione australiana, quella francese, quella spagnola, quella svizzera ecc.
Secondo il dizionario Zingarelli 2023, inclusività significa “capacità di includere, di accogliere, di non discriminare”. L’idea di fondo è virtuosa: cosa c’è di più bello dell’inclusione, dell’accoglienza, della non discriminazione? Tuttavia, sempre più spesso, si parla dei limiti del termine inclusività: esso, infatti, continua a presupporre che ci sia chi si trova nella posizione di includere e chi, invece, in qualche modo subisce l’inclusione. Quelle che possono includere sono le persone considerate “normali”; quelle incluse sono invece le persone “diverse”. Non viene superata la divisione tra normali e diversi, tra giusti e sbagliati. Forse, bisognerebbe andare oltre e cambiare paradigma; bisognerebbe, seguendo il ragionamento dell’autrice, abbattere il museo della lingua stesso, superando la divisione tra normali e diversi, rivoluzionando i due concetti. Per tale motivo, in questo testo si parla piuttosto di convivenza delle differenze (seguendo una definizione data dallo studioso F. Acanfora) invece che di inclusione, e di linguaggio ampio invece che inclusivo.
Il linguaggio ampio descrive senza esprimere giudizi; come puntualizza la studiosa A. Orrù, “è libero da parole, frasi o toni che riflettono opinioni pregiudizievoli, stereotipate o discriminatorie verso determinati gruppi di persone”. Il linguaggio ampio presta attenzione alla diversità in ogni sua sfaccettatura nominandola nella maniera più corretta possibile e tenendo conto, nel fare questo, delle richieste delle persone direttamente interessat*. L’idea alla base del linguaggio ampio è, prima di tutto, che ogni persona ha diritto di vedere nominate correttamente le sue caratteristiche: il concetto di normalità dovrebbe solo corrispondere a un dato statistico e non rappresentare un giudizio di valore. Inoltre, tutte le persone hanno il diritto non solo di essere nominate come desiderano ma anche di vivere esistenze per quanto possibile piene.
In questo panorama l’importanza della lingua potrebbe sembrare relativa; tuttavia, occorre tenere conto del fatto che ciò che si nomina si vede meglio e se ne afferma l’esistenza. Lavorare sulle parole non risolve da sé i problemi delle persone ma può aiutare a mettere a fuoco l’esistenza di problemi, iniquità, discriminazioni; può, inoltre, contribuire a convogliare le idee e le volontà di chi ha redatto un certo testo, invogliando anche le persone che leggono a fare maggiore attenzione all’effetto delle loro parole, in negativo ma soprattutto in positivo. L’importante è tenere le parole ben incardinate alla realtà: questi due piani possono aiutarsi a vicenda, in una benigna circolarità.
Quali differenze vengono prese in considerazione dal linguaggio ampio? Tutte quelle che caratterizzano gli esseri umani e possono, eventualmente, dare origine a discriminazioni e qui di seguito se ne segnalano alcune:
• Sesso biologico
• Genere e Identità di genere
• Orientamenti sessuali/affettivi
• Disabilità e Neuroatipicità
• Etnia
• Religione
• Corpi non conformi
• Età
• Status socioeconomico
• Cultura.
È una lista aperta, perché a seconda dei contesti in cui si opera le differenze a cui prestare attenzione possono variare ma l’importante è riconoscere che ognuna di queste caratteristiche porta a una possibile discriminazione: misoginia (verso le donne), transfobia (verso le persone transgender), omo-, lesbo- e bifobia (verso chi ha un orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità), abilismo (verso le persone con disabilità o neuroatipicità), razzismo (ma anche sinofobia ecc., odio per le persone di una determinata etnia o cultura), islamofobia (ecc., verso le persone di determinate religioni), grassofobia o gordofobia (verso le persone grasse), ageismo (verso le persone troppo giovani o troppo anziane), aporofobia (verso le persone indigenti)…
Occorre altresì ricordare che una singola persona può essere portatrice contemporaneamente di più caratteristiche che possono dare adito a discriminazioni e il loro peso più che sommarsi cresce in maniera esponenziale. Proprio per questo motivo bisogna tenere in considerazione la persona nella sua interezza senza appiattirla su una sola delle sue caratteristiche: è necessario mantenere uno sguardo intersezionale. Secondo gli Oxford Dictionaries per intersezionalità si intende “la rete di connessioni tra categorie sociali quali razza, classe e genere, soprattutto quando ciò può comportare ulteriori svantaggi o discriminazioni”. Il termine è stato proposto nel 1989 dalla studiosa statunitense K. Crenshaw per descrivere la sovrapposizione (o, appunto, l’intersezione) di diverse identità sociali e le relative possibili discriminazioni e oppressioni che possono derivarne, che non si assommano ma si amplificano a vicenda su una scala esponenziale.
Un fenomeno al quale prestare attenzione è la gettonificazione (o tokenismo) che prevede delle concessioni simboliche a gruppi marginalizzati per dare una parvenza di equanimità e giustizia, giusto per dimostrare di fare qualcosa che è visto come “da fare” ma non perché si crede davvero e che sia giusto farlo. La studiosa A. Sabatini è stata tra le prime a compiere una ricerca sistematica sull’argomento per la nostra lingua arrivando alla conclusione che non è l’italiano a essere sessista ma il suo uso.
Nel nostro Paese la veemenza del dibattito sull’utilizzo del linguaggio ampio dimostra che all’aspetto meramente linguistico si intrecciano implicazioni sociali, culturali e politiche. Spesso, chi punta a una rappresentazione più equa dei generi a livello linguistico riceve l’accusa di benaltrismo: questo è conseguenza di un modo comune di vedere il dibattito pubblico polarizzato fino all’eccesso tra posizioni estremizzate che appaiono totalmente inconciliabili. Invece, più che vedere lingua e realtà in opposizione, bisognerebbe cogliere la complessità della loro codipendenza reciproca. Se, dunque, da una parte la realtà influisce sulla lingua, dall’altra la lingua influisce sul modo di vedere e di percepire la realtà. Pertanto, le parole non sono “solo” parole, e l’attenzione nei loro confronti non è certamente inutile.
Per quanto esistano forme sperimentali come l’asterisco (un saluto a tutt*), la u (buonasera a tuttu) o lo schwa (buonasera a tuttә) è consigliato di limitarne l’uso al minimo indispensabile e a contesti in cui tali usi possano essere compresi, perché possono rendere i testi meno chiari a una parte di coloro che li leggeranno, in primo luogo perché i lettori vocali dei testi (per persone ipovedenti o cieche) non supportano i simboli come lo schwa o l’asterisco, in secondo luogo perché la sintassi del testo diventa più difficile da seguire. Dunque, senza sottovalutare l’importanza di creare testi attenti alla diversità di genere, è meglio – ove possibile – impiegare strategie alternative (ad es. circonlocuzioni semanticamente neutre).
Molti di noi sperimentano quotidianamente quanto il linguaggio sia un atto concreto in grado di modificare il nostro modo di vedere il mondo, le nostre relazioni umane, le nostre emozioni. Ce lo suggerivano già i ricercatori E. Sapir e B. Whorf con la loro ipotesi della relatività linguistica: lo sviluppo cognitivo dell’essere umano è influenzato dalla lingua che parla. In pratica, la lingua ha il potere di influenzare la nostra visione del mondo e l’immagine che creiamo di noi è fortemente influenzata dalla percezione di come le altre persone ci vedono, e quindi anche di come ci narrano, ci raccontano. È fondamentale ricordare che quando si parla di gruppi di persone discriminate e/o marginalizzate è bene includere sempre il punto di vista delle persone protagoniste: è necessario garantire alle persone il diritto di autorappresentanza. Ma il linguaggio definisce le identità anche dall’interno e non solo dall’esterno: è un atto identitario, rivendicativo e politico. Curare il linguaggio e prestare attenzione all’accessibilità della comunicazione è quindi non solo una necessaria forma di rispetto ma uno strumento indispensabile per raggiungere una convivenza paritaria tra persone con corpi, menti, comportamenti, sensorialità variegate e differenti.
E se commetto un errore? Nessuna persona, tendenzialmente, incontra tutte le diversità in contemporanea. Questo vuol dire che, a seconda dei contesti, faremo più attenzione a un aspetto piuttosto che a un altro. È altrettanto vero che nessuna persona nasce con la scienza infusa: errare è umano, ma la differenza tra una persona che ci tiene e una a cui non importa niente si capisce al passo successivo. Quando ci si accorge di aver sbagliato, o non aver prestato sufficiente attenzione (e nel mio lavoro ancora mi accade… purtroppo), si chiede scusa e ci si corregge. L’attitudine corretta è quella di sapere di non sapere, soprattutto di fronte a una materia varia e mutevole come quella legata al linguaggio ampio. Occorre chiedere, ascoltare le persone direttamente interessate da determinate istanze linguistiche ed essere consapevoli di poter sempre imparare qualcosa di nuovo, accorgersi di qualcosa che fino a quel momento non ci era balzato agli occhi.
Un concetto utile da tenere presente è quello di carità interpretativa: non partiamo automaticamente dal presupposto che le persone facciano apposta a dire cose poco corrette, o vogliano consapevolmente offendere. Magari, semplicemente, non sono informate o non hanno raggiunto un livello sufficiente di consapevolezza. Di conseguenza invece di arrabbiarci subito, o perdere immediatamente la pazienza, cerchiamo di percorrere la via della mediazione con un pizzico in più di elasticità. Il linguaggio ampio è un lavoro in fieri: non si arriva mai a una definizione totalizzante, granitica e definitiva.
Carlo Scovino
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